Il fattore umano, lo spirito del lavoro – la recensione

Il documentario prodotto da Inaz mette in luce come l'impresa non sia solo profitto ma soprattutto capacità di sviluppare risorse materiali e immateriali per il raggiungimento di un fine non solo finanziario. È cultura, è creatività, è un futuro da costruire insieme.

Esiste, quindi, un legame tra tecnologia ben fatta e un lavoro ben fatto, tra un ambiente tecnologico di qualità e un lavoro di qualità e tra il beneficio di strumenti appropriati e il benessere dei loro utilizzatori?

Esiste. Ne ero convinto da tempo ed è arrivata una conferma “corale” dalla visione del film documentario di Giacomo Gatti “Il fattore umano, lo spirito del lavoro” prodotto da Inaz in occasione dei 70 anni di fondazione. In esso si dà conto di un viaggio attraverso l’Italia alla scoperta di quindici realtà aziendali distribuite sul territorio nazionale, con proprie prerogative economiche e produttive, culturali e sociali, ma unite da una visione comune, quella della “azienda socialmente sostenibile” e, contemporaneamente, quello della creazione del “senso” del loro agire.

Quelle aziende, raccontate dalle persone intervistate, quelle organizzazioni socio-tecniche, sono animate da un identico principio, da un comune denominatore che ispira la visione imprenditoriale: l’impresa non è solo profitto ma è soprattutto capacità di sviluppare risorse materiali e immateriali per il raggiungimento di un fine non solo finanziario. È cultura, è creatività, è un futuro da costruire insieme, innanzitutto nel rispetto dell’umanità e dignità dell’essere di ogni persona. Le donne e gli uomini, che sono gli attori protagonisti dell’impresa, con i loro sogni, le loro abilità professionali, il loro impegno, la loro fedeltà, realizzano l’impresa e la trasformano ogni giorno in realtà produttiva di beni materiali e immateriali attraverso il loro atto creativo.

Dai viticoltori del Trentino agli operai della catena di montaggio, dai giovani sviluppatori di start-up ai medici che testano mani robotiche, dalle strisce di pasta di Gragnano alle frese di alta tecnologia, queste ed altre storie ancora, raccontano che il lavoro è elemento integrale ed integrante della persona nella società. Le imprese, le aziende, le istituzioni, dovrebbero rimanere i luoghi dove, mentre si costruiscono possibilità di espressione dei singoli, in cui le persone danno un senso alla propria attività, si cerca attraverso l’organizzazione, il raggiungimento di finalità economiche e sociali che vanno al di là del puro tornaconto finanziario.

Accomunate dalla bellezza del fare, come quel meccanico che si compiace per la qualità della saldatura che sta osservando. È un lavoro apparentemente banale che come tutti gli altri all’interno della catena di produzione, hanno un “senso” e una bellezza intrinseca (quando il lavoro è ben fatto) che nutre il cuore e la mente di chi lavora e restituisce dignità alla sua stessa opera. Ancora di più oggi, in un’epoca in cui la finanza e la tecnologia rischiano di trasformare le persone in robot e i robot in persone.

Ma è proprio l’umanità a fare la differenza. È il “fattore umano” lo spirito del lavoro. Sono le donne e gli uomini che fanno l’impresa e che investendo le loro peculiari caratteristiche individuali (non solo le competenze tecniche) si pongono in relazione con i piani, i progetti, le procedure, i prodotti, le attrezzature, gli ambienti di lavoro, le persone con le quali lavorano, i conflitti, le criticità ed anche gli insuccessi. Sono le persone, in ragione di quanto accennato che, allo stesso tempo richiamano attenzione, rispetto e riconoscimento.

Se penso a quante volte ci è capitato di parlare di ecologia per il mondo vegetale, animale, delle acque e della terra mi piace sottolineare che ci occupiamo poco di ecologia delle relazioni umane. È la qualità delle relazioni umane che alimenta lo spirito del lavoro. Con ciò vorrei anche considerare che stare bene all’interno dell’organizzazione di un’azienda, lavorare bene in un ambiente gradevole con un clima interpersonale favorevole, rende moltissimo.

Frutta in termini di ritorni economici materiali e soprattutto in termini di valore aggiunto (cultura, immagine, stili di vita, ecc.); giova ai collaboratori che sono più soddisfatti, ritenendosi riconosciuti e quindi maggiormente motivati; ha evidenza sul piano dell’engagement e della responsabilità sociale; produce qualità nel rapporto con il cliente e influisce direttamente sulla soddisfazione di quest’ultimo.

Nel momento in cui scrivo queste brevi annotazioni sul film di Giacomo Gatti, non posso fare a meno di ricordare che è passato oltre un secolo dalla prima formulazione del costrutto “fattore umano”. Fu Agostino Gemelli, che nel 1909 venne incaricato di svolgere alla Settimana sociale dei cattolici italiani una relazione dal titolo “Il fattore umano del lavoro”, su invito di G. Toniolo. Voglio anche segnalare che, nonostante si parli da circa un secolo di fattore umano e relazioni umane al lavoro, sembra che il riconoscimento di questi “valori” sociali ed economici non appartenga ancora alla piena consapevolezza di moltissime persone .

Scheda film

Il Fattore Umano, lo spirito del lavoro
anno di produzione 2018
Paese di produzione Italia
durata in minuti 60’
tipologia Mediometraggio
genere Documentario
casa di produzione Inaz srl
regia Giacomo Gatti
con il patrocinio di
Federazione Nazionale Dei Cavalieri Del Lavoro
in collaborazione con
Fondazione Ente Spettacolo
Fondazione Cinema per Roma
Festa del Cinema di Roma 2018
sceneggiatura Giacomo Gatti e Elia Gonella
fotografia Marco Sgorbati
montaggio Omar Cristalli
musiche Cristiano Arcelli

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