Un nuovo mondo del lavoro

La digitalizzazione dell'economia può anche fare (ri)emergere la questione del valore del lavoro. Un lavoro non è solo un'attività per sostenersi, è anche un mezzo di integrazione e riconoscimento sociale

Vittorio Tripeni, Psicologo del lavoro e delle organizzazioni

(continua da Dare un senso alle trasformazioni in atto)

E’ ancora difficile prevedere con chiarezza la portata della digitalizzazione e automazione e il suo probabile impatto sociale. Per tentare di definire meglio il quadro prendo in considerazione un interessante studio di C. Degrise, Digitalisation of the economy and its impact on labour markets. ETUI, 2016. In realtà si tratta di un documento di lavoro in cui egli traccia un quadro delle nuove possibilità generate dalla quarta rivoluzione industriale e affronta alcune questioni specifiche. Esamina anche il possibile ruolo dei sindacati nell’economia digitale e le principali iniziative già proposte dal movimento sindacale a livello europeo in questo contesto.

Degrise sottolinea che pur non essendo un fenomeno nuovo, la digitalizzazione dell’economia ha raggiunto un punto di non ritorno. Il matrimonio tra Big Data e robotizzazione annuncia l’avvento di una nuova economia con un conseguente rinnovamento del mondo del lavoro. L’enorme portata delle ripercussioni di quella che ormai viene definita “quarta rivoluzione industriale” comporterà molte trasformazioni sui mercati del lavoro e le più evidenti riguarderanno quattro aspetti principali. Innanzitutto ci sarà creazione di lavoro attraverso la creazione di nuovi settori, nuovi prodotti e nuovi servizi. Inevitabilmente, il lavoro si trasformerà in nuove forme di interazione tra lavoratore e macchina; in nuove forme di lavoro, come la cosiddetta “uberizzazione”, che comportano rischi nuovi (intensificazione del lavoro, salute e sicurezza, confini sempre più labili tra vita privata e vita lavorativa, formazione spesso inadeguata, discriminazione ecc.), e nuove sfide a livello manageriale (nuovo management digitale).

Ci sarà, anche e purtroppo, un effetto perverso sui posti di lavoro: nei prossimi 10-20 anni i lavori a rischio di computerizzazione, automazione e robotizzazione, probabilmente aumenteranno e sebbene non esista unanimità sul numero esatto di posti di lavoro che andranno persi, quel che è chiaro è che si tratterà di cifre molto elevate.

Si espanderà il trasferimento del lavoro attraverso lo sviluppo di piattaforme digitali e di crowdworking e ciò metterà i lavoratori dei Paesi ad alto grado di tutele sociali in competizione con quelli dei Paesi a basso grado di tutele sociali e dei Paesi in via di sviluppo. Inoltre, il trasferimento dei servizi agevolato da determinate piattaforme della “sharing economy”, riguarderà anche lavori altamente qualificati, come quelli nell’ambito della contabilità, della finanza ecc.

Sono quattro fenomeni, dice Degrise, che considerati nel loro insieme rischiano di creare una società sempre più polarizzata, caratterizzata da forti disuguaglianze tra “vincitori che si accaparrano tutto” e masse di “perdenti”. Ci sarà uno svuotamento delle classi medie con la scomparsa di un gran numero di lavori mediamente qualificati e la proliferazione di una nuova classe di “schiavi digitali” che svolgono mansioni di smistamento, inserimento, filtraggio e archiviazione di dati, di manutenzione dei forum, di monitoraggio delle immagini ecc. Una serie di fenomeni che metteranno alla prova l’elemento umano del lavoro.

Recuperare la dignità umana del lavoro

Nell’universo non strutturato del lavoro virtuale, i lavoratori sono confrontati con la necessità di ricostruire una specifica identità professionale che possa portare all’autostima e al riconoscimento da parte degli altri. Sentono anche la necessità di essere ascoltati attraverso gli strumenti digitali di espressione online, attraverso i quali è possibile manifestare interessi collettivi: diffondere petizioni, sviluppare piattaforme alternative o sistemi di classificazione dei donatori. ordinare, condividere esperienze positive e negative, sfidare i media, ecc. È il rapporto degli individui con il collettivo che qui rappresenta la sfida più alta.

Infine, per chiudere questa riflessione, la digitalizzazione dell’economia può anche fare (ri)emergere la questione del valore del lavoro. Un lavoro non è solo un’attività per sostenersi. È anche un mezzo di integrazione e riconoscimento sociale. E questa funzione sociale del lavoro è fondamentale per il benessere degli individui e la coesione della società nel suo complesso. Con le sue due componenti della robotizzazione e del crowd-work che si traducono in una nuova forma di Taylorismo digitale e una dispersione globale di lavoro-merce, la digitalizzazione dell’economia rischia di erodere questa funzione sociale del lavoro. Questa è anche una grande sfida per le nostre comunità e per le rappresentanze sociali del lavoro di questo nostro XXI secolo.

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