Lavoratori “senior”, attenzione all’automazione

Il report "Aging & Automation" di Mercer e Oliver Wyman indaga le principali trasformazioni nel mondo del lavoro nei prossimi 10 anni. Fattori chiave: invecchiamento della popolazione, automazione e cambiamento delle competenze richieste dalle aziende.

Sembra che i lavoratori italiani più anziani debbano iniziare a preoccuparsi per la sostituzione professionale connessa alla diffusione dell’automazione sul posto di lavoro: è quanto emerge dal report “The Twin Threats of Aging and Automation”, recentemente portato a termine e diffuso da Mercer e Oliver Wyman.

Il report analizza gli effetti della convergenza di due fenomeni, l’invecchiamento della popolazione globale da un lato e l’automazione portata dall’Industry 4.0 dall’altro, prendendo in considerazione 15 Paesi – tra cui l’Italia – e analizzando la popolazione attiva nelle diverse classi di età, il tipo di occupazione, il “rischio automazione” calcolato per ruolo a partire dalle ricerche di Martin Frey e Carl Osbourne (Università di Oxford). Per realizzarlo sono stati utilizzati dati provenienti da diverse fonti, tra cui Mercer, Oliver Wyman, World Economic Forum, Nazioni Unite, OECD.

La peculiarità di questa lettura sta nell’analisi del “rischio automazione” legato all’invecchiamento della popolazione attiva, impiegata soprattutto in ruoli di routine, con conseguenze economiche e sociali per i lavoratori poco qualificati di età compresa tra 50 e 64 anni, che in Italia stanno diventando una parte sempre più consistente della forza lavoro.

Le competenze invecchiano

Il “rischio sostituzione” è legato in primo luogo alle competenze. Il report Mercer realizzato per il World Economic Forum “Future of Jobslavoro_automazione ha stimato che, tra il 2015 e il 2020, circa 7,1 milioni di posti di lavoro scompariranno a livello globale (la maggior parte tra le funzioni amministrative, il settore manifatturiero e i processi produttivi). Di contro, solo 2 milioni di nuovi posti di lavoro saranno creati, in diverse funzioni che vanno dalle operazioni finanziarie al management e all’ingegneria. Questo significa che le nazioni con un maggior numero di lavoratori anziani impiegati in attività manuali ripetitive e non specialistiche si troveranno ad avere il maggior numero di occupazioni automatizzabili. Proprio in questi Paesi i lavoratori anziani saranno chiamati a far evolvere rapidamente le proprie competenze per restare all’interno del mercato del lavoro.

L’analisi mette in evidenza come, in Europa, l’Italia sia il Paese più esposto al “rischio sostituzione”, con in media il 58% dei lavoratori anziani che svolge lavori facilmente automatizzabili. Un rischio rafforzato sul piano sociale, dove assistiamo a un aumento sempre più consistente di over 50 nella forza lavoro: si stima infatti che la fascia di lavoratori tra i 50 e i 64 anni in Italia crescerà fino a raggiungere il 38% della forza lavoro totale entro il 2030.

Gli sforzi concertati da parte di governi e aziende per elaborare strategie volte a incoraggiare e accogliere il lavoratore più anziano saranno cruciali nei prossimi decenni” ha commentato Marco Valerio Morelli, Amministratore Delegato di Mercer Italia. “I lavoratori più anziani sono una fonte preziosa di esperienza, produttività e anche di flessibilità. Con questo report auspichiamo di avviare una conversazione sui rischi che i lavoratori più anziani affrontano in questa epoca di automazione e, soprattutto, su come superarli. Dal nostro punto di vista la parola chiave che aziende e istituzioni devono tenere al centro delle loro considerazioni è competenze”.

Tutorship generazionale per una trasformazione sostenibile

Al contrario delle precedenti, la quarta rivoluzione industriale richiede ai lavoratori con meno competenze una forte discontinuità. Attualmente solo il 10% dei lavoratori tra i 55 e i 65 anni è in grado di completare nuovi compiti complessi che prevedono l’uso di tecnologia, mentre la percentuale sale al 42% per gli adulti tra i 25 e i 54 anni.

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La popolazione over 50 è passata dal 17% a più del 30% del totale globale dagli anni Settanta ad oggi” ha spiegato Giovanni Viani, responsabile del Sud-Est Europa di Oliver Wyman. “In parallelo le nuove tecnologie stanno cambiando in maniera radicale la domanda di lavoro, mettendo in crisi in particolare la fascia più anziana e a minor educazione. Per evitare squilibri profondi nella società e nella produzione di reddito e mantenere una sostenibilità complessiva dei sistemi previdenziali sono necessarie politiche molto lungimiranti in termini di valorizzazione delle classi più anziane, formazione continua lungo tutta la carriera professionale, allargamento della platea dei lavoratori giovani, soluzioni di ‘tutorship generazionale’ finalizzate a valorizzare il contributo dei più anziani nell’accelerazione dell’inserimento professionale dei più giovani“.

Come cambierà il concetto di lavoro

Lo sviluppo senza precedenti delle capacità computazionali, dell’uso dei dati e la sofisticazione crescente di algoritmi per l’auto-apprendimento hanno portato la tecnologia a un’evoluzione significativa che non solo ha un impatto sui diversi settori industriali, ma rivoluzionerà il concetto stesso di lavoro. Machine learning, intelligenza artificiale e robotica sono solo alcune delle varie tecnologie che stanno emergendo oggi; molte di esse sono ancora in fase di sviluppo, ma si diffonderanno globalmente entro il 2030. Man mano che l’utilizzo di queste tecnologie si espanderà, il loro impatto sui lavori ripetitivi e a bassa specializzazione aumenterà. In particolare, Mercer prevede tre cambiamenti fondamentali: il concetto di lavoro si legherà sempre più a compiti e attività che possono evolvere nel tempo; aumenterà l’importanza di competenze collegate alla tecnologia e cross-funzione; aumenterà, infine, la complessità del lavoro umano.

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