Welfare condiviso: più relazioni, più reti, più fiducia

Fare rete, dare aiuto, creare sinergie di esperienze e competenze: Fabio Galluccio ci spiega cosa significa realizzare progetti e strategie di welfare condiviso.

Welfare-di-Prossimità-jointlyMettersi insieme, fare rete tra le aziende, tra le istituzioni, nel lavoro e nella vita. Basta accostarsi per un momento all’identità culturale che sta dietro alla nostra idea di welfare condiviso per capire che avere più forza nel “dare un aiuto” non è un’idea nuova, benché non sempre facilmente realizzabile per via di individualismi mai sopiti (anche da parte di chi si dovrebbe occupare di sociale). È questa l’idea per cui nasce Jointly – Il welfare condiviso, che si sposa con la visione di AQA, un network di aziende e professionisti etici, selezionati per la loro capacità di creare sinergie tra competenza ed esperienza, a cui abbiamo aderito con entusiasmo.

Dalle società di mutuo soccorso alla sharing economy

Pensiamo per un attimo alle società di mutuo soccorso dei primi del ’900 – nate per coalizzarsi e mettere in comune risorse proprie, offrendo così mezzi di sostentamento ai consociati: oggi chiameremmo senza dubbio questo modo di operare sharing economy. Aggregare la domanda di sostegno è tornato ad essere un focus fondamentale dei governi e della società ma anche delle aziende, mettendo insieme professionalità e progettualità diverse. In questo le iniziative di welfare aziendale hanno dato una forte spinta; ciò è avvenuto non solo in chiave di autotutela, sotto forma di mutue e di assicurazioni/previdenze integrative, ma anche dal punto di vista di chi offre servizi: unire la domanda produce economie di scala, riduce la frammentazione, crea massa critica.

Fiducia e vicinanza alla base dei rapporti

L’esperienza di molti progetti mostra come il welfare di comunità e territoriale porti ad avvicinare persone e aziende con caratteristiche a volte anche diverse, con un abbattimento dei costi e la proposta di servizi disegnati sulle esigenze specifiche dei dipendenti. La visione del welfare aziendale, che noi abbiamo, ci porta a sottolineare la necessità di creare servizi che aiutano le persone a conciliare la propria attività lavorativa, a creare vicinanza con le persone, a stare bene in azienda – valori spesso dimenticati. Ecco perché la qualità delle prestazioni fornite diventa un tema fondamentale.

Creare fiducia e relazione nell’era delle piattaforme digitali

Nella sharing economy va da sé che le piattaforme digitali, come quella di Jointly, possono essere un mezzo aggregativo potente, ma devono essere maggiormente personalizzate e parlare anche con volti e voci alle persone.

È inoltre necessario, da parte di chi gestisce queste piattaforme, un controllo di qualità serrato sull’offerta di servizi. È prioritario conquistare la fiducia delle persone attraverso informazione e formazione, in un’organizzazione flessibile e meno gerarchica. Le piattaforme di welfare aziendale che rimangono sul piano della somma dei soggetti coinvolti – tutti regolarmente presentati con indirizzo, telefono, ecc. – non può aspettarsi altro che una vetrina in cui ciascuno continua a rivendicare la propria fetta della torta.

Il salto di qualità avviene se ci si riesce a fondere in un’entità nuova, capace di parlare con una propria voce e farsi conoscere attraverso persone, partner, operatori e contatti, dal momento che non c’è nulla di più umano del rapporto di aiuto alle persone che lo richiedono e del lavoro giornaliero per il benessere delle stesse. Insomma, un welfare aziendale senza politiche di people caring può essere un boomerang capace di creare più danni che vantaggi.

Fabio Galluccio
Jointly – Il welfare condiviso

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