Nuove forme di lavoro e nuove esigenze cognitive

Qual è l'impatto delle tecnologie digitali dell'informazione e della comunicazione (ICT) sulla qualità della vita e del lavoro? Il loro uso è ormai inevitabile. Proprio per questo è necessario conoscere gli eventuali effetti sfavorevoli nei confronti del benessere e della qualità della vita al lavoro.

Vittorio Tripeni, Psicologo del lavoro e delle organizzazioni

Ognuno può rendersi conto in ogni momento, all’interno delle proprie occupazioni, che l’uso delle tecnologie ha portato a una importante riconfigurazione delle pratiche quotidiane e a una ridefinizione del quadro di riferimento delle attività e delle competenze nel lavoro. Queste trasformazioni sono accompagnate da nuove sollecitazioni, come la necessità di elaborare con maggiore velocità le informazioni ricevute o l’urgenza di organizzare la valanga di dati quotidiana che richiedono la nostra attenzione. Esse sono inoltre accompagnate da nuove opportunità come, ad esempio, la possibilità di gestire meglio il proprio orario di lavoro. Tali trasformazioni hanno dato vita a nuovi profili di attività professionali caratterizzate da varie forme di nomadismo e una notevole dipendenza dalle tecnologie digitali.

Accelerazione digitale

In questi ultimi anni l’accelerazione del ritmo dei cambiamenti è in costante crescita a causa delle continue innovazioni e messa a punto di soluzioni tecnologiche. Si tratta di processi di implementazione che innovano le modalità di azione e di apprendimento di chi usa le tecnologie che, a volte, generano reali situazioni dirompenti nell’ambito del loro utilizzo. Perché esse esigono una ristrutturazione radicale dell’esperienza dell’utilizzatore, in quanto sospingono nuovi modi di fare, di pensare, di organizzare le attività e mantenere vive le collaborazioni. Ragion per cui sono necessari nuovi modelli organizzativi e socio-cognitivi per lavorare con gli strumenti digitali che comportano anche determinate implicazioni per la salute e il benessere di chi li usa.

Ci sono vari studi che consentono di identificare alcune criticità nelle relazioni tra condizioni di lavoro, in cui le ICT svolgono un ruolo importante, e la salute di chi lavora. E’ opportuno tenerne conto, soprattutto per invogliarci ad analizzare ancora più in profondità il ruolo delle ICT rispetto alla salute e alla qualità della vita e del lavoro.

Ad esempio, il tempo e le risorse liberate grazie all’uso delle ICT possono essere investite in occupazioni che producono maggiore valore aggiunto e sono più stimolanti. Però, mentre le tecnologie possono migliorare il lavoro e riqualificare la nostra professionalità, esse tendono anche a snaturare il lato umano dell’attività e a sviare il soggetto da tutto ciò che ha senso per lui: le pratiche e i contatti professionali, gli individuali margini di manovra, e la relazione che ha con il “suo” lavoro. La mediatizzazione tecnologica dell’attività può dunque correre il rischio di svolgersi in danno della salute di chi lavora e della qualità della vita al lavoro.

Come già detto in precedenza, in questo costante processo di cambiamento alimentato dalle continue innovazioni tecnologiche, possiamo mettere in evidenza anche una certa varietà di destabilizzazioni. Si tratta di cambiamenti costanti che influenzano la struttura e il contenuto delle decisioni e delle comunicazioni e di conseguenza influenzano i tradizionali parametri di riferimento dello spazio e del tempo di lavoro. Se nello spazio di lavoro, le ICT hanno completamente smaterializzato la relazione dei dipendenti con il proprio ufficio, l’azienda, la famiglia e la vita privata; tanto che i confini tra i diversi tipi di ambito sono divenuti permeabili, se non addirittura scomparsi; nella prospettiva temporale, dato che l’orario di lavoro è sempre più scandito dal tempo delle macchine e lil ritmo batte la misura al nanosecondo, l’immediatezza diventa la modalità prevalente di organizzazione della vita professionale e sociale. In questo caso, il tempo umano è diventato tempo macchina che rimpalla sull’aumento del carico di lavoro; un carico che può essere brevemente definito come la relazione tra sollecitazioni e capacità che possono essere mobilitate dall’individuo. In questo caso, cresce in modo esponenziale il volume dei dati (in quantità e qualità) ragion per cui il lavoro subisce una compressione dovuta alla maggiore quantità di informazioni da gestire e, allo stesso tempo, l’attività si intensifica con l’accelerazione del ritmo di lavoro e delle sequenze di lavoro. Rapidità delle comunicazioni, immediatezza della risposta e reattività della persona diventano così alcune delle caratteristiche del compito smaterializzato. Il riflesso sostituisce la riflessione e la simultaneità delle attività diventa una condotta pregnante dell’attività mediatizzata. E’ quanto risulta, in modo ben evidenziato e documentato, dagli studi di Bobillier Chaumont e coll., in un saggio del 2014 (“Usage des technologies de l’information et de la communication et bien-être au travail”). L’accumulo di compiti in corso, avviati, ma mai completamente completati, si sta dimostrando estenuante e, allo stesso temp, angosciante. Il dipendente si disperde in compiti concorrenti e contemporanei che deve gestire secondo le sollecitazioni tecnologiche per progredire nonostante tutto nel lavoro.

Frammentazione e destabilizzazione

Si tratta di situazioni marcate da continui disapprendimenti e/o riapprendimenti, che sono cognitivamente estenuanti e professionalmente molto destabilizzanti, in grado addirittura di imporre le regole di condotta e di lavoro perché strettamente associate all’uso degli strumenti digitali. In questi casi, parliamo anche di “tecnostress” per descrivere le paure, le ansie, le frustrazioni provocate dalla introduzione e dall’uso delle tecnologie sul lavoro.

Gli artefatti tecnologici guidano e scandiscono il lavoro, con frequenti sollecitazioni. Interrompono il lavoro, determinano il lavoro da fare e gli impieghi del tempo (ad esempio, attraverso le agende condivise), orientano e costantemente reindirizzano azioni e compiti da realizzare (al esempio, attraverso la messaggistica sincrona e asincrona). Sono casi in cui i dipendenti si sentono privati ​​della loro capacità di agire e prendere decisioni sulla propria attività. Di fronte a queste interruzioni permanenti, il lavoro è frammentato e ridotto a micro-compiti che devono essere costantemente raccordati per ritrovarne il senso. Si ha allora la sensazione di perdere il controllo del proprio lavoro per subire ciò che impone il sistema. Alla fine, si tratta di un lavoro che richiede sempre più frequentemente di affrontare gli imprevisti e raccordare i compiti frammentati, vale a dire un lavoro sul lavoro. Un meta-lavoro (Bobiller Chaumont, cit.).

Sottoposto a questa frammentazione, l’individuo è dunque obbligato a ridefinire costantemente l’organizzazione e le priorità della sua attività per dare una parvenza di coerenza e raggiungere i suoi obiettivi professionali.

In questa attività spezzettata, ognuno deve sapere come gestire il passaggio tra i diversi frammenti di attività, e anche tra i diversi mondi professionali ad esso collegati e in cui si ritrova proiettato secondo le sollecitazioni della tecnologia digitale. Ad esempio, una/un dirigente che si trova ad assumere, nello spazio di qualche decina di minuti, ruoli e responsabilità diverse. Cioè, svolgere il ruolo di responsabile della comunicazione, del project manager, collaborare a un altro progetto, essere cliente di un fornitore, collega … ecc. Ove ogni contesto professionale è stato avviato da una interruzione tecnologica (mail, smartphone, strumenti collaborativi, agenda condivisa, ecc.) e ha richiesto specifici riferimenti commerciali: conoscenza del vocabolario dedicato, implementazione di un particolare know-how, padronanza degli strumenti e metodi appropriati, conoscenza degli obiettivi di ciascun progetto e loro temporalità, posizionamento e ruolo sociale appropriato. Alla fine, la dirigente doveva essere in grado di adattarsi permanentemente a questa “poli contestualità professionale” (Bobillier Chaumont, cit.). In questo caso diventano necessarie capacità cognitive specifiche (gestione della dispersione, contestualizzazione, anticipazione, articolazione delle differenze, organizzazione, ecc.) In modo che l’attività possa raggiungere un obiettivo che si trova oltre l’assemblaggio caotico di frammenti dispersi di lavoro. In assenza di tale impegno di articolazione, il rischio è che l’attività perde il suo significato, si svuota della sua sostanza e alla fine scoraggia l’individuo che è costretto a confrontarsi con una serie di attività frustrate e frustranti, incomplete o prevenute, in breve a un lavoro che gli sfugge e in cui non si riconosce.

Tutto ciò, possiamo comprenderlo, rappresenta una fonte di malessere per le persone e, di conseguenza, avere un impatto non positivo sulla qualità della vita al lavoro.

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